un corpo, un grave

per non ridere

stracci (parte 1)

oggi in autobus ho avuto modo di ascoltare una interessante conversazione tra l’autista ed un passaggero.
entrambi sulla 40ina. uno, l’autista, ama viaggiare e non ha famiglia, l’altro, il passaggero, è invece vincolato alla spericolata vita di due piccoli.
si parla di italia e di italiani.
non parlano di veline, non parlano di auto e non parlano di calcio. la cosa è seria.

quest’estate l’autista è stato in calabria. mi si riempe il cuore di gioia a sentire quanto abbia apprezzato quei luoghi. poi non può fare a meno di far notare al suo nuovo amico, che non c’era nemmeno un autobus.

“sembrava di essere nel deserto”

non usa la macchina: gli basta guidare 8 ore al giorno per l’atc. e sottolinea come per un turista possa essere difficile spostarsi nella punta dello stivale. un giorno ha addirittura dovuto fare 10km a piedi.
pazzesco. come si può sperare che un turista straniero riesca a scoprire quei magnifici posti preclusi persino ad un italiano?
una volta gli è successa le stessa cosa in toscana. rimasto a piedi perchè l’autobus che l aveva portato lì non aveva ritorno. un turista tedesco con corteo familiare a seguito, accortosi del problema per il ritorno, stava per prendersela con lui.

“che figuraccia, mi vergognavo per il mio paese. sai io sarei potuto tornare in qualche modo, anche con un taxi… ma lui? con 2 figli piccoli…”

così che, lanciato in questi ricordi, vuole tirare le somme su quello che ha appena raccontato.
e parla di italiani. un popolo con così alte e gloriose discendenze, incapace di mostrarsi in così piccole e semplici cose.

“e che la gente è ignorante, è quello il problema! non pensa, non reagisce! le cose gli passano sopra!”

quanto ha ragione…

eppure lui e quel signore che lo ascoltava dandogli ragione, non sono che stracci. stracci di un paese lacerato. segnato dalla stanchezza di chi ha urlato con tutto il fiato in corpo che non ne poteva più.

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